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Corso Partnership for Peace: biglietto da visita internazionale dell’Esercito svizzero

Gestire un flusso d’informazioni, prestare attenzione a contenuto e linguaggio del corpo nei colloqui, mantenere la visione d’insieme in situazioni di stress, tenere una conferenza stampa: i 15 partecipanti provenienti da nove Paesi hanno imparato questo ed altro al corso Partnership for Peace del Comando IGIC (Istruzione alla gestione, all’informazione e alla comunicazione della Scuola centrale/ISQE) di fine marzo.

27.03.2017 | Comunicazione Difesa

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La diplomatica armena Anna N. (a sinistra) con il cap Natalia A. dell’Esercito moldavo

Lunedì, poco dopo le 9:00. L’atmosfera al Centro d’istruzione di Spiez è cordiale, ma tesa. I 15 partecipanti provenienti da nove Paesi stanno svolgendo l’esercizio finale del corso di dieci giorni «Gestione delle informazioni». Suddivisi in quattro gruppi – comandi di condotta regionale ALPHA e BRAVO, ufficio di collegamento e capo di stato maggiore – cercano di ordinare le informazioni, «confezionarle» in comunicati stampa e rilasciare interviste, il tutto senza mai perdere la visione d’insieme. Lo scenario: un’inondazione nella regione del Lago di Thun, sacchi di sabbia insufficienti, uno scuolabus rimasto bloccato nella zona di crisi con a bordo 35 bambini e un disperso, senza che si intraveda la fine delle piogge. Il compito consiste nella gestione delle informazioni e nella comunicazione.
«Come suggerisce il titolo, Partnership for Peace è anche un corso di promovimento della pace», afferma il tenente colonnello Michel Emmert, responsabile del corso di formazione, che prosegue: «Persone provenienti da diverse regioni, i cui Paesi d’origine sono talvolta in conflitto, qui devono unire i loro sforzi».

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Il tenente colonnello Michel Emmert (2° da sinistra) dialoga con i partecipanti del corso.

Da circa dieci anni il Comando IGIC è responsabile dell’organizzazione e della formazione. Due volte all’anno, tra i 12 e i 15 partecipanti imparano in una prima parte del corso la gestione delle informazioni e, in un secondo momento, la comunicazione in caso di crisi. La maggior parte dei partecipanti sono ufficiali stampa di un’unità militare, addetti in ambasciate oppure incaricati della comunicazione presso Ministeri degli affari esteri o forze di polizia. «La particolarità del nostro corso», sostiene Emmert, «è l’aspetto pratico. Le persone vengono qui per esercitarsi».

In questo lunedì ai partecipanti del corso non viene regalato nulla. Dal posto di comando la direzione d’esercizio aggrava progressivamente la situazione e le domande dei «giornalisti» si fanno sempre più pressanti. In un gruppo vi sono difficoltà perché è una donna a detenere il comando, un altro gruppo viene messo artificiosamente sotto stress con un cambiamento della situazione. La 31enne diplomatica armena Anna N., invece, ha un problema ben diverso: «I nomi delle località non riesco a ricordarli, figuriamoci poi a pronunciarli», afferma sorridendo e indicando «Münchenbuchsee» e «Moosseedorf».

Per il pomeriggio è indetta una conferenza stampa. I partecipanti del corso devono affrontare la «stampa», la maggior parte di essi per la prima volta. Segue immediatamente il feedback di una formatrice: occorre mettersi d’accordo meglio, tutti i partecipanti alla conferenza dovrebbero trasmettere lo stesso messaggio.

Alla fine della frenetica giornata l’intero gruppo ripercorre quanto fatto, pone domande e discute i dubbi. «Per me il corso è fantastico, la cooperazione internazionale è molto interessante», riassume uno dei quattro partecipanti svizzeri, uno specialista di lingue dell’esercito. «Negli altri Paesi la preparazione e l’organizzazione funzionano diversamente. Possiamo tutti imparare gli uni dagli altri», conclude il militare.
 


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