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Gli F/A-18 non sono più al passo con la tecnologia attuale

Il professore ed ex-astronauta Claude Nicollier spiega perché un esercito senza difesa aerea non potrà mai adempiere con successo la propria missione. E perché è urgente decidere dell'acquisto di nuovi aerei da combattimento.

17.02.2020 | Comunicazione DDPS

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Claude Nicollier è stato pilota di milizia nelle Forze aeree svizzere, pilota di linea, ricercatore presso l'Agenzia spaziale europea (ESA), poi test-pilota e astronauta per la NASA. Dal 2007 è professore al Politecnico federale di Losanna. Sino ad oggi non ha mai trascurato la sua passione per il volo: qui davanti ai «suoi» Hunter. (Foto: DDPS)

Professor Nicollier, lei afferma che ci troviamo di fronte a una decisione politica di importanza fondamentale per il futuro della difesa aerea del nostro Paese. Non crede di essere eccessivamente allarmista?

A mio parere no: la difesa aerea può essere garantita soltanto se si dispone dei mezzi necessari. Nei prossimi anni i sistemi attuali (aerei da combattimento e sistemi DCA) giungeranno al termine della loro durata di utilizzazione. Se non saranno sostituiti, entro il 2030 l’esercito si troverà sprovvisto dei mezzi necessari per proteggere lo spazio aereo.

L’F/A-18 è un apparecchio robusto, e le misure per il prolungamento della durata di utilizzazione sono in corso di attuazione. Fino a quando questi sforzi potranno bastare?

Il 2030 e 6000 ore di volo sono il limite oltre il quale non ha senso andare. Raggiungere questo limite sarà già una sfida! La Svizzera ha uno spazio aereo poco esteso e angusto. L’impiego inizia già pochi minuti dopo il decollo: spesso i piloti devono compiere brusche virate.

Occorre considerare che nel 2030 l’F/A-18 avrà quasi 40 anni di vita, e la tecnologia installata a bordo un’età ancora più avanzata. A quel punto non potrà più servire ad alcunché contro un avversario dotato di un equipaggiamento moderno, proprio come è già il caso oggi per l’F-5 Tiger.

Nel suo parere riguardo al rapporto sul futuro della difesa aerea, sottolinea l’urgenza: per la sicurezza del nostro spazio aereo, necessaria a proteggere la Svizzera e la sua popolazione, siamo veramente a «cinque minuti prima di mezzanotte»?

È il minimo che si possa dire. Rispetto al programma inizialmente previsto per la sostituzione degli aerei da combattimento, abbiamo già accumulato 15 anni di ritardo. Proprio per questo è stato necessario prolungare la durata di utilizzazione degli F/A-18. Negli ultimi tempi si sono manifestati dei problemi di funzionamento, e quindi, se li utilizzeremo fino al 2030, li porteremo veramente al limite. Non abbiamo davvero più tempo da perdere.

Il numero di apparecchi da acquistare in sostituzione degli F/A-18 sarà uno dei punti caldi della discussione. Su questo aspetto, lei sostiene che non bisogna essere minimalisti: per quale ragione?

Se ci limitassimo ad una flotta di dimensioni minime, ogni guasto si ripercuoterebbe direttamente sulle capacità di prestazione complessive. A chi obietta che gli aerei da combattimento si possono riacquistare, possiamo subito dire che gli stessi vengono continuamente sviluppati. Se un paio di anni dopo volessimo riacquistare lo stesso tipo di velivolo, non troveremmo più la stessa configurazione.

In cifre concrete, che cosa significa?

Nella mia analisi ho dato la preferenza all’opzione 2, che prevede l’acquisto di una quarantina di apparecchi. A seconda del modo in cui gli apparecchi raggiungeranno le prestazioni richieste e di come saranno impostati i cicli di manutenzione, occorrerà un numero maggiore o minore di apparecchi per garantire il livello di prestazioni necessarie.

Lei insiste sul fatto che un esercito senza difesa aerea non è in grado di adempiere la propria missione. Quali mezzi complementari occorrono e quanti?

Per me è ovvio che gli aerei da combattimento possono essere impiegati in modo efficiente soltanto all’interno di un sistema globale. In altre parole, occorre anche un sistema di difesa terra-aria, che consenta in particolare di difendere oggetti per un tempo prolungato contro le minacce provenienti dallo spazio aereo. E naturalmente servono anche impianti radar e altri sensori che forniscano all’esercito in ogni momento un’immagine completa della situazione aerea.

Come dovrebbe essere garantito l’equilibrio tra aerei da combattimento e difesa terra-aria?

Per ora conosciamo due parametri finanziari: 8 miliardi di franchi per i due sistemi, 6 dei quali per gli aerei da combattimento, sempre che il Popolo confermi questa decisione. Nei limiti di questi valori di riferimento, dovremmo cercare di avvicinarci il più possibile alla configurazione prevista dall’opzione 2.

Nel suo parere, scrive che il contesto e la topografia complessa del nostro Paese impongono una difesa aerea combinata. La Svizzera può garantire questa difesa combinata in piena autonomia?

Non potremmo mai essere completamente indipendenti dal fabbricante, europeo o americano che sia. Ciò nonostante, dobbiamo puntare a un opportuno grado di autonomia: su questo punto ci darà risposta la valutazione in corso. Quanto all’autonomia a livello di impiego, dobbiamo poter assicurare da soli il servizio di polizia aerea, essere in grado nell’ambito di un conflitto di garantire la difesa almeno per qualche settimana. Per riuscire in questo intento non possiamo fare a meno di una difesa aerea combinata.

Come fanno i nostri Stati limitrofi per assicurare la loro difesa aerea? E gli altri piccoli Stati non alleati?

La Germania, la Francia e l’Italia, Stati membri della NATO, hanno impostato le loro capacità sulla difesa alleata, ma al tempo stesso ambiscono anche a una certa autonomia. L’Austria, Paese non allineato, cerca di difendere autonomamente il proprio spazio aereo nei limiti delle proprie capacità finanziarie, ma in futuro punterà maggiormente su una politica di difesa europea. La Svezia e soprattutto la Finlandia, Paesi neutrali, aspirano a un alto grado di indipendenza, naturalmente anche per ragioni legate alla loro situazione geopolitica. Un «prêt-à-porter», un’unica soluzione per tutti, non esiste nella difesa aerea.

Come spiega il fatto che il nostro spazio aereo riveste un’importanza strategica?

Il trasporto di merci e di persone presuppone uno spazio aereo sicuro. I nostri cieli sono attraversati da due delle più importanti rotte del traffico aereo europeo. Qualcuno deve controllare che le norme della navigazione aerea vengano rispettate, e che il nostro spazio aereo venga utilizzato soltanto da chi è autorizzato a farlo e rispetta la neutralità della Svizzera. Questo compito può essere assunto soltanto dalle Forze aeree.

«L'effetto dissuasivo» è ancora un argomento d'attualità?

Se nella realtà quotidiana i cieli svizzeri dimostrano di essere ben controllati, vi saranno meno violazioni delle norme della navigazione aerea, proprio come avviene nella circolazione stradale! In caso di incombente conflitto, può rivelarsi cruciale sapere dell’esistenza di forze aeree efficienti nel nostro Paese. Sappiamo del resto che la miglior difesa consiste nel dissuadere un avversario dallo sferrare un attacco.

E per riuscire in questo intento, quanto dobbiamo essere ambiziosi?

L'obiettivo è di assicurare alle nostre Forze aeree la capacità di resistenza, per rimanere operative anche nel caso di un periodo prolungato di accresciute tensioni. In caso di conflitto deve essere inoltre possibile definire obiettivi prioritari. E un sistema di difesa terra-aria dovrebbe anche poter assicurare una protezione permanente di gran parte degli insediamenti presenti nel nostro territorio.

Molti dicono che converrebbe piuttosto acquistare elicotteri da combattimento. Lei cosa ne pensa?

Gli elicotteri da combattimento sono concepiti per tutt’altri compiti; sono progettati esclusivamente per il fuoco di copertura in favore delle truppe di terra. Non si prestano per il servizio di polizia aerea, poiché non raggiungono né le velocità né le quote necessarie per controllare ad esempio un aereo di linea. E anche nell’impiego contro aerei da combattimento, sarebbero troppo lenti e insufficientemente armati.

E perché non i droni?

Nel servizio di polizia aerea in particolare, il problema risiede proprio nella loro caratteristica peculiare: i droni non hanno un equipaggio! In questo ambito, infatti, è spesso fondamentale, ad esempio in assenza di contatto radio, che il pilota dell’aereo da combattimento si metta in contatto visivo con il pilota dell’aereo intercettato e comunichi con lui con gesti manuali. Un sistema senza pilota non può svolgere questo compito.

Alcuni esponenti politici caldeggiano l’acquisto di «aerei da combattimento leggeri». Capisce questa posizione? E simili aerei esistono davvero?

Capisco senz’altro che si cerchino approcci innovativi e soluzioni alternative. Ma secondo me i cosiddetti aerei da combattimento leggeri non rappresentano una soluzione praticabile. Anzitutto, si tratta semplicemente di aerei da addestramento, concepiti appunto per l’addestramento e non per l’impiego. Quindi, possono integrare una flotta di aerei da combattimento in determinati compiti, ma di sicuro non possono sostituirli. Infatti, non potrebbero svolgere neppure il servizio di polizia aerea, figuriamoci i compiti di difesa aerea. L’idea che esistano apparecchi più convenienti a livello di acquisto e di esercizio, ma al tempo stesso in grado di svolgere qualsiasi compito, è una pura illusione: e dove sarebbero questi apparecchi?

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Perché la Svizzera ha bisogno di nuovi aerei da combattimento

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