print preview

Ritornare alla pagina precedente Pagina iniziale


Missioni di pace dell’ONU in trasformazione

Esigenze maggiori, mandati più ampi, sfiducia della popolazione e problemi di risorse: l’impegno dell’ONU nel settore delle missioni di pace va ripensato. Si prospettano delle soluzioni – e di riflesso anche delle opportunità per il promovimento svizzero della pace.

18.01.2024 | Tenente colonnello Vincent Choffat, sostituto consulente militare, Missione permanente della Svizzera presso l’ONU a New York

La riorganizzazione delle missioni dell’ONU attualmente in discussione potrebbe portare a un aumento del fabbisogno di osservatrici e osservatori militari. La foto mostra un ufficiale svizzero mentre parla con uno dei suoi colleghi del team internazionale nel Vicino Oriente.
La riorganizzazione delle missioni dell’ONU attualmente in discussione potrebbe portare a un aumento del fabbisogno di osservatrici e osservatori militari. La foto mostra un ufficiale svizzero mentre parla con uno dei suoi colleghi del team internazionale nel Vicino Oriente.

 

Nel 2023 l’ONU ha festeggiato il 75° anniversario di mantenimento della pace dell’ONU alla presenza della consigliera federale Viola Amherd. Dalla costituzione della United Nations Truce Supervision Organization (UNTSO) per il Vicino Oriente nel 1948 – la prima e unica missione di pace tuttora diretta da uno svizzero – l’ONU ha istituito complessivamente 71 missioni di pace. In molti Paesi tali missioni hanno contribuito in misura sostanziale alla protezione della popolazione civile e al promovimento dei processi di pace.

Se nella fase iniziale predominavano le missioni di osservazione «tradizionali» ai sensi del capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite (soluzione pacifica delle controversie), negli ultimi 20 anni l’ONU punta su missioni di pace multidimensionali. Queste missioni ai sensi del capitolo VII (misure coercitive) della Carta delle Nazioni Unite sono più ambiziose e cercano di elaborare in modo sostenibile le cause dei conflitti. Sono focalizzate sulla creazione di strutture statali, quali le forze armate e le forze di sicurezza, i principi dello Stato di diritto, la protezione della popolazione civile nonché i diritti umani e le pari opportunità.

L’implementazione dei mandati si rivela un’impresa difficile

L’ampiezza dei mandati e le aspettative sovente molto elevate nei confronti delle missioni dell’ONU nello Stato ospitante sono in contrasto con la limitata disponibilità di risorse e la mancata volontà politica nell’attuazione. Ciò dà origine a una situazione di malcontento – l’ONU diventa un capro espiatorio. La disinformazione fomenta ulteriormente questa percezione di fallimento e gli Stati ospitanti si considerano legittimati a ricorrere ad altri partner di sicurezza (quali per esempio agenzie di sicurezza private). Queste alleanze non contribuiscono necessariamente ad aumentare la sicurezza – anzi: le esperienze nel Mali oppure nella Repubblica Centrafricana hanno mostrato che le aggressioni violente contro l’opposizione politica e contro la popolazione sono aumentati.

Il trapasso di responsabilità dall’ONU agli attori statali (in particolare per quanto riguarda la protezione delle persone) comporta spesso un notevole rischio di escalation della violenza. Citiamo le conseguenze negative della transizione coatta della missione nel Sudan oppure il ritiro della MINUSMA recentemente richiesta dal Mali e successivamente approvata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Nuove forme delle missioni di pace dell’ONU

È stato fatto un grande appello a ripensare l’impegno dell’ONU nel settore delle missioni di pace per adattarle alle realtà. Questo appello è stato recepito: nella New Agenda for Peace del luglio 2023 il segretario generale dell’ONU ha auspicato una miglior interazione dei vari strumenti dell’ONU e delle organizzazioni regionali mirati alla prevenzione, alla gestione dei conflitti e alla ricostruzione. Tale obiettivo dovrà (I) essere raggiunto intensificando l’impegno a favore della prevenzione e della pace sostenibile, nonché (II) attraverso una valorizzazione del consolidamento della pace (peacebuilding) e il suo intreccio con gli obiettivi di sviluppo e climatici così come (III) tramite una rivalutazione del ruolo delle missioni di pace (peacekeeping).

Nel complesso si delinea un calo nelle missioni militari a fronte di una ripresa nelle missioni politiche con piccoli componenti in uniforme. Determinati compiti vengono affidati ai country team dell’ONU sul posto – che sono costituiti dalle varie agenzie dell’ONU per lo sviluppo e gli aspetti umanitari. Queste non vengono recepite come limitazioni della sovranità, sono più agili e meno sensibili alle campagne di disinformazione.

Coinvolgere maggiormente le organizzazioni regionali

Sono auspicate nuove forme di cooperazione per rafforzare il peacekeeping come strumento dell’ONU. Le missioni di pace condotte da organizzazioni regionali, come per esempio l’Unione africana, potrebbero così essere finanziate tramite contributi obbligatori dell’ONU. Questo permetterebbe di ovviare a due punti deboli delle missioni ONU: il fatto che l’ONU non riesca a imporre la pace, e il fatto che non disponga di uno strumentario rilevante nella lotta al terrorismo. I fatti dimostreranno se saranno le organizzazioni regionali a fornire la risposta giusta. In ogni caso per l’ONU rimane determinante il fatto che, per mezzo di una direttiva molto rigida, cioè di un cosiddetto compliance framework, le missioni da lei finanziate e condotte sul piano regionale rispettino il diritto internazionale e i diritti umani, e perseguano eventuali infrazioni.

Oltre a questi progetti per il futuro sono anche già stati conseguiti progressi concreti, in particolare nel quadro dell’iniziativa Action for Peacekeeping (A4P) del segretario generale dell’ONU lanciata nel 2018, precisamente negli ambiti performance (introduzione dell’International Peacekeeping Performance and Accountability Framework), protection (nuova policy a protezione della popolazione civile) o anche delle donne, della pace e della sicurezza (introduzione della Uniformed Gender Parity Strategy).

Opportunità per la Svizzera

Le sfide e tendenze citate concernono direttamente la Svizzera come – seppure piccolo – Stato fornitore di forze di polizia e truppe. Attualmente il nostro Paese invia, nel contesto dell’ONU, una quarantina di persone in uniforme (militari dell’esercito e agenti dei corpi di polizia cantonali) e civili in otto missioni. L’istruzione, l’equipaggiamento e il monitoraggio della situazione devono tenere in considerazione i rischi accresciuti per il personale.

La tendenza verso un’intensificazione delle missioni di osservazione, missioni politiche e country team dell’ONU comporta chiaramente delle opportunità per la Svizzera. Essa vanta, infatti, una pluriennale e riconosciuta esperienza nel settore dell’osservazione militare, sia internamente che esternamente all’ONU, e nella persona del divisionario Patrick Gauchat dirige attualmente la prima missione di osservazione UNTSO nel Vicino Oriente. È inoltre presumibile che il bisogno di osservatori aumenterà – sia in termini numerici (per esempio UNISFA sul confine tra il Sudan e il Sudan meridionale) sia in termini di contenuti (per esempio nuovi mezzi e obiettivi di osservazione e, per la Svizzera, nuove regioni linguistiche come UNVMC in Colombia). Di conseguenza è opportuno definire un nuovo orientamento per quanto riguarda il reclutamento e l’istruzione.

Competenza svizzera riconosciuta a livello internazionale

Il promovimento militare della pace della Svizzera non dovrebbe limitarsi alle missioni di pace dell’ONU. Attualmente l’Esercito svizzero invia per esempio esperti dello sminamento umanitario oppure nell’ambito del disarmo, della smobilitazione e della reintegrazione. Nei luoghi in cui l’ONU opera senza componente militare è necessaria una certa flessibilità nelle modalità di invio di esperti militari svizzeri.

Altre opportunità per la Svizzera risultano dal rafforzamento del ruolo delle organizzazioni regionali. La Svizzera vanta competenze riconosciute nei settori del diritto internazionale umanitario e nei diritti umani, che può proporre all’ONU – alla segreteria, alle missioni e ai country team – così come alle organizzazioni regionali e, tramite il DFAE, anche per la costituzione e l’ulteriore sviluppo di compliance frameworks.

Acquisiranno maggiore importanza anche la riforma dei settori della sicurezza e della giustizia così come la responsabilità delle autorità ospitanti. Gli agenti dei corpi di polizia e delle autorità di giustizia e di esecuzione delle pene, che sono in grado di offrire una consulenza sostenibile allo Stato ospitante, potranno dunque fornire un contributo particolare. Anche in questo ambito la Svizzera dispone delle competenze necessarie.

Per la Svizzera l’attuale trasformazione del promovimento della pace dell’ONU offre dunque un’opportunità per dare la sua impronta e profilarsi in modo più marcato. Questo sarà possibile in misura ancora maggiore fino alla fine del 2024, periodo in cui come membro del Consiglio di sicurezza potrà partecipare attivamente alla definizione dei mandati. Ciò implica di riflesso anche sforzi supplementari per raggiungere gli obiettivi dell’ONU in relazione all’invio di donne in uniforme. La Svizzera deve rimanere al passo con i tempi e adeguare il suo impegno alle nuove esigenze. L’incontro ministeriale sul peacekeeping del dicembre 2023 nel Ghana costituirà un momento determinante per portare avanti queste discussioni.


Ritornare alla pagina precedente Pagina iniziale