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«I nostri collaboratori sono veramente affidabili!»

L'uno lavora in uniforme, l'altro indossa abito e cravatta. Si riuniscono ogni 14 giorni per un incontro bilaterale e sanno esattamente che possono sempre contare sul parere differenziato della controparte. Nelle loro mani vi sono le competenze rappresentate nei circa 9'200 posti a tempo pieno dell'Esercito svizzero: il capo dell'esercito, comandante di corpo Philippe Rebord ed il capo del personale della Difesa, Daniel Gafner. Uno scambio sulle sfide concernenti la conduzione del personale, di un intero esercito, nonché sulle sfide del futuro.

02.09.2019 | Personale Difesa, Helen Alt

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Il comandante di corpo Philippe Rebord a colloquio con Daniel Gafner, capo del personale Difesa. (Foto: Pers D, Sabrina Mosimann)

Comandante Rebord, signor Gafner, qual è l'aspetto più bello della vostra professione?

Philippe Rebord: Sono ormai 35 anni che lavoro come militare di professione e l'aspetto che mi ha sempre motivato, oggi come allora, sono gli incontri con le persone, che rappresentano per me dei momenti di arricchimento. Naturalmente ci sono sempre delle eccezioni, ma tutto sommato posso dire di non essere mai stato deluso sotto questo profilo. I nostri collaboratori sono veramente affidabili.

Daniel Gafner: Nei miei quindici anni di attività come capo del personale Difesa anch'io ho sempre vissuto la collaborazione con i vari collaboratori e le più diverse categorie di personale nonché sull'arco di tutte le generazioni come esperienza molto costruttiva. Per me il dialogo diretto, ossia quando discutiamo con le persone per cercare una soluzione, è un elemento determinante. Le diverse sfide a cui siamo confrontati rendono le mie giornate istruttive e interessanti, anche dopo questi lunghi anni di attività. Ogni giorno è diverso dagli altri, e questo mi fa sempre piacere.

Quali sono le sfide più importanti in relazione alla condotta delle persone?

Philippe Rebord: Ritengo che se si vuole collaborare bene bisogna sempre cercare il contatto con gli altri. Personalmente sono un fautore della condotta per obiettivi. È necessario che un capo formuli chiaramente la sua intenzione lasciando poi ai collaboratori libertà d'azione nell'applicazione. Secondo la mia esperienza è una strategia assolutamente proficua e di regola porta a ottime soluzioni. Oltre a ciò, naturalmente, anche alcune ristrutturazioni e adeguamenti da effettuare nell'organigramma rappresentano ogni volta una sfida. Tuttavia è sempre nostra premura accompagnare da vicino i nostri collaboratori e trovare soluzioni ragionevoli di comune accordo.

Signor comandante di corpo, nella sua funzione di capo dell'esercito è il superiore di migliaia di persone, sia collaboratori civili che personale militare di professione, quali sono le sfide più importanti in riferimento alla condotta del nostro esercito?

Philippe Rebord: In verità la cosa è molto più semplice di quanto si potrebbe essere portati a credere. Io ho sette subordinati diretti. Non è compito mio condurre le loro organizzazioni, hanno esperienza e capacità sufficienti per occuparsene loro stessi. Ciononostante mi sento nel complesso responsabile del personale, questo è chiaro, specialmente quando si tratta di trovare soluzioni sostenibili.

Esiste una differenza sostanziale tra la condotta del personale civile e del personale militare di professione?

Philippe Rebord: Potrebbe sembrare paradossale, ma non vedo alcuna differenza. Come già detto, buona parte dell'attività di condotta consiste nel comunicare in modo chiaro l'intenzione del capo. Successivamente ognuno svolge il proprio compito parziale, mentre il capo effettua il suo controlling e si assume infine la responsabilità del risultato. Quando è fissato un obiettivo chiaro, adempiamo i nostri compiti. La cosa che mi colpisce è l'autodisciplina del nostro personale. Come già riferito all'inizio: i nostri collaboratori sono veramente affidabili! Di conseguenza non faccio distinzioni e mantengo lo stesso atteggiamento di fronte ai collaboratori militari e civili. Inoltre non sono complicato, mi si può rivolgere tranquillamente la parola! (afferma ridendo)

Signor Gafner, molti non sanno che l'esercito non dà impiego solo a persone in uniforme, ma che la maggioranza dei posti di lavoro nell'esercito è costituito da professioni civili. Perché secondo lei l'esercito è un datore di lavoro attrattivo?

Daniel Gafner: Generalmente offriamo posti di lavoro unici nel loro genere in circa 230 profili professionali! Ne risulta un elevato numero di compiti interessanti che proponiamo con generose possibilità di sviluppo e di perfezionamento mirate. Due terzi del nostro personale sono collaboratori civili. I nostri circa 9200 posti a tempo pieno sono ripartiti a livello nazionale in un centinaio di sedi che considerano anche le diverse aree linguistiche e le regioni periferiche. Siamo dunque un datore di lavoro nazionale con buone condizioni quadro da prendere seriamente in considerazione. Inoltre non va dimenticato che offriamo anche un posto di formazione a 500 apprendisti in oltre 30 professioni!

Secondo lei, dove abbiamo ancora del potenziale?

Daniel Gafner: Il reclutamento, la formazione e la promozione delle nuove leve sono ambiti in cui c'è ancora necessità di intervenire. Inoltre l'esercito deve anche offrire condizioni di lavoro più flessibili e adeguarsi ulteriormente all'evoluzione della società. Sto pensando in particolare al corpo dei militari di professione. È vero che abbiamo dei collaboratori che lavorano a tempo parziale, ma la pressione dettata dall'evoluzione della società sta aumentando. Se non diventiamo più flessibili e ci teniamo al passo con i tempi, rischiamo di perdere il treno. In fin dei conti l'esercito deve però essere in grado di adempiere il proprio mandato, questi sono i limiti che ci sono imposti. Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei collaboratori, l'evoluzione della società e il nostro compito. In questo abbiamo, secondo me, ancora margine di sviluppo.

Philippe Rebord: Sì, lo credo anch'io, è estremamente importante mostrare maggior flessibilità. Ma le sfide vanno ben oltre. Attualmente circa il 50% dei collaboratori civili, in particolare quelli che lavorano in settori come la BLEs, la BAC e anche lo SM Es, hanno un'età superiore ai 50 anni. In altri termini per noi questo si traduce in una lotta per trovare le risorse di personale necessarie: nei prossimi 10 a 15 anni dovremo infatti sostituire pressoché la metà dei collaboratori civili.

Questo mi offre lo spunto per la prossima domanda: cosa ci prospetta il futuro, o in altre parole, quali sono le sfide che l'esercito dovrà affrontare in futuro come offerente di posti di lavoro?

Philippe Rebord: Quella appena citata è la prima sfida. Ne vedo una seconda legata alla digitalizzazione della società. In primo luogo è un fenomeno che subentra a grande velocità, e secondariamente non sappiamo esattamente dove ci porterà. Ma in questo ambito stiamo già compiendo grandi sforzi per preparare la generazione più anziana all'informatica del futuro. Parallelamente reclutiamo anche giovani specialisti che con le loro capacità portano una ventata di aria fresca nella nostra organizzazione. Tecnicamente sono molto forti, il loro problema maggiore potrebbe essere quello di sapere come si indossa correttamente la cravatta. (ride) Tuttavia per me questo non è assolutamente determinante, quello che ci serve sono capacità e prestazioni! L'importante è che il processo della digitalizzazione venga seguito da vicino e che i collaboratori vengano sempre informati in modo chiaro e sincero. È un compito impegnativo perché richiede molta energia e non di rado ci sono delle zone grigie. Inoltre l'esercito non è un'azienda autonoma che può decidere liberamente in merito alle proprie strutture del personale. Dipendiamo sempre dalle normative della Confederazione. Dobbiamo quindi sfruttare al massimo il nostro margine di manovra – e su questo punto condivido l'opinione del capo Personale Difesa: questo è possibile soltanto mostrando maggior flessibilità.

Daniel Gafner: Generalmente, sul mercato del lavoro elvetico, la lotta per le risorse di personale si inasprirà ulteriormente. Non siamo gli unici a lamentare un invecchiamento dell'effettivo. E già il solo fatto di rioccupare questi posti rappresenta una sfida enorme. Concretamente significa che nel quadro del marketing del personale dovremo intensificare i nostri sforzi per aumentare la nostra attrattiva sul mercato del lavoro con l'obiettivo di essere percepiti come datore di lavoro affidabile. In conseguenza alla digitalizzazione molti dei nostri profili professionali cambieranno. Per poter competere con l'economia privata i profili professionali adattati devono essere disponibili in tempo utile. A mio avviso un altro punto importante è il seguente: se i nostri oltre 9000 collaboratori sono soddisfatti del loro datore di lavoro, apprezzano il contenuto del loro lavoro, la cultura vissuta e i rapporti interpersonali questa è la migliore pubblicità che possiamo farci! Proprio per questo motivo è così importante salvaguardare il nostro personale. Dobbiamo aver cura dei nostri collaboratori e trattarli su un piano di parità.

Che messaggio desidera trasmettere ai potenziali nuovi collaboratori?

Philippe Rebord: Ho iniziato la mia attività di CEs con un motto, precisamente una citazione dello scrittore francese Paul Valéry: «Il capo è colui che ha bisogno degli altri». Sono convinto che da soli non si ottiene nulla. In particolare nell'Esercito svizzero è richiesta una condotta complessiva. Questo è quello che desidero trasmettere ai potenziali nuovi collaboratori – e soprattutto ciò che diciamo sempre ai nostri nuovi collaboratori durante la cerimonia di benvenuto: È un piacere avervi con noi!