Ritornare alla pagina precedente Pagina iniziale

“Meno sbagli, meglio stai”

Non c’è solo il WEF nei Grigioni. Pochi giorni fa decine di reclute provenienti da tutta la Svizzera hanno iniziato la Scuola di fanteria 12. La redazione del Cuminaivel ha incontrato sei di loro e, nel pieno della seconda settimana di servizio, ne ha carpito le sensazioni e le emozioni.

26.01.2018 | ms

Inf_RS_01
«Attenti». Le sei reclute incontrate alla Scuola di fanteria 12. (jw)

 

Gli scarponi nerissimi e ben ingrassati, non un pelo di barba e la faccia di chi sta prendendo le misure della disciplina. Una di fianco all’altra, quasi fosse l’appello mattutino, incontriamo sei reclute della Scuola di fanteria 12 di Coira. Sono passati solo dieci giorni dall’entrata in servizio, ma il battesimo in grigioverde ha già lasciato il segno nello spirito di chi ci troviamo di fronte: sono le reclute ticinesi Bertona, Monotti, Stucky, e quelle svizzero tedesche Müller, Rindisbacher e Zurbuchen. «Cosa abbiamo capito alla seconda settimana di scuola? Che meno sbagli, meglio stai» afferma senza esitazione Monotti. Insieme alla recluta Bertona fa parte della sezione Ambus, composta da soli ticinesi. Ma alla scuola di Coira – come avviene anche nell’ambito dell’impiego dell’esercito al WEF – sono il plurilinguismo (romancio compreso) e la multiculturalità a farla da padrone, con reclute provenienti da ogni angolo della Svizzera.

 

Bastano poche battute per capire che tra i presenti è subito nata una sorta di competizione positiva. C’è entusiasmo e voglia di confrontarsi su quanto appreso. “Alla Ambus la disciplina ferrea la fa da padrona” sostiene con un certo orgoglio Monotti. Pronta la replica della recluta Stucky: «Alla sezione Bivio ci responsabilizzano di più. Trovo controproducente riprendere le reclute per ogni minima cosa». Ne sa qualcosa la recluta Bertona, che con i compagni di sezione ha da poco dovuto rimediare a un comportamento scorretto. «Però bisogna ammettere che si è trattato di un errore piuttosto grave – afferma Monotti – ma ora sono certo che non ci accadrà più». Sì perché oltre alla formazione e alle esercitazioni sono le piccole cose a scandire la giornata delle reclute. Dagli appelli all’ordine in camera, passando alle tanto attese uscite libere. Ce n’è in programma una da lì a poche ore, anche se prima i nostri militari scopriranno l’esito di un esame che i lettori del Cuminaivel sicuramente ricorderanno: l’intramontabile test dei gradi. E quest’ultimo diventa presto un tema di discussione, con Stucky che inizia a vacillare ripensando al verso assegnato alla stanghetta del soldato.

 

Continuando a chiacchierare emerge chiaramente come l’esperienza militare, seppur agli albori, stia già forgiando le sei reclute. Ma se questa parentesi della propria vita dovesse essere racchiusa in un unico concetto, quale sarebbe? «Gioco di squadra» inizia Rindisbacher. «Aiutare il prossimo e non pensare solo a se stessi» gli fa eco Müller. Sulla stessa linea anche Zurbuchen che pensa subito alla «camerateria». Ed è proprio in questo quadro che – confrontandoci con le reclute – capiamo che le differenze linguistiche non sono affatto un ostacolo ma un’occasione di incontro e comprensione reciproca. Da parte sua Stucky solleva due altri aspetti cruciali nell’ambito di una scuola reclute: «Valorizzare il tempo a disposizione ed essere consapevoli della propria forza». Gli orari, appunto. «Quando mi hanno detto che avevo 10 minuti di tempo per fare la doccia ed essere pronto mi sono chiesto dove fossi finito», ricorda Bertona. «Per non parlare – prosegue divertito – del nodo della cravatta. Non sapevo neanche da dove cominciare».

 

Il distacco dalla quotidianità in civile si misura per contro nelle piccole cose. «Cosa mi manca di più? Sicuramente dormire» nota la recluta Rindisbacher. «Ma anche la famiglia» aggiunge Müller, mentre Zurbuchen rimpiange «quell’ora di tempo libero per giocare ai videogiochi». Ad alzare la posta in gioco ci pensa però la recluta Stucky: «Nel lasciare i propri cari per abbracciare il militare c’è anche una componente poetica e allo stesso tempo drammatica». Giorno dopo giorno lo spirito di camerateria, l’amicizia e la formazione condivisa concorrono ad ogni modo a fortificare il legame tra ragazzi provenienti da regioni e culture differenti. «Anche perché in fondo – conclude Monotti – siamo tutti sulla stessa barca».